Educazione alla povertà
Povertà?
È un bene o un male
nel processo educativo?
In questi giorni
mi sono imbattuta in questa dedica
che mi ha molto colpito.
Introduce
le riflessioni di una donna,
nata negli anni sessanta,
che confronta la società di oggi
con quella vissuta personalmente
da giovane.
Trovo la sua visione
molto interessante.
Mi piacerebbe
conoscere il vostro punto di vista
sull'argomento.
Che ne dite?
Proviamo a rifletterci su?
Chi comincia?
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Educare alla povertà per trovare la propria dignità?
Sì, concordo pienamente con tua nonna Rosa sul fatto che la dignità è uno dei doni più grandi che un individuo possa costruirsi.
Non c'è ricchezza materiale che tenga né povertà che possa impedire a una persona di essere se stessa e di crescere moralmente.
La povertà, anzi, diventa in questo caso un valore, perché attraverso la ricerca del "sapere" e del "saper fare" si riesce a sviluppare la capacità di vivere e a costruire il proprio percorso di vita.
Non dimentichiamo, tuttavia, che questo dovrebbe essere il modo di procedere anche nel caso in cui si hanno, grazie al cielo, maggiori disponibilità economiche. Infatti, non esercitare l'apprendimento di nuovi saperi e nuovi saper fare sarebbe un modo per incorrere nel vuoto piùn assoluto, nel nulla cosmico.
Un esempio per tutti: il conoscere mi riporta dritto dritto allo studiare. Bene! C'è del bello e del magico nell'incontrare dei nuovi saperi; applicarsi in campi nuovi di conoscenza è qualcosa di bello in sé, non dovrebbe essere qualcosa di imposto da fare sotto tortura per dedicare il proprio tempo a giochi e divertimenti di bassissimo livello, che nulla lasciano alla propria crescita interiore.
Vanina
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Povertà è una parola grossa, difficile, se presa nel vero senso di condizione. Immagino che qui si parli di povertà presa come misura di contrapposizione a una condizione di superficialità che può dare il vivere nel lusso o perlomenro nel benessere.
Ricordo che mia suocera, che aveva subìto il trauma della miseria causata dalla guerra, mi diceva: - Per crescere bene i figli bisogna dire sempre che soldi non ce ne sono, altrimenti si abituano male.
Io non sono mai stata d’accordo in questo, piuttosto trovo importante far capire da dove i soldi vengono. Dal lavoro, che non sempre è abbastanza remunerativo e si fa quindi strada l’insegnamento alla parsimonia e all’operosità, nel senso del saper fare anche con poco. Io l’ho sempre capito.
Ricordo che mio suocero osservandomi diceva:- Ecco qui. Con poco ci fai un pranzo di sposi. Ciò mi divertiva.
Quindi, riassumendo, per vivere una vita dignitosa e intelligente, secondo me, bisogna pianificare in base alle disponibilità e questo è anche il saper fare. In quanto alla serenità direi che sta nel sapersi adattare.
Dall’infanzia mi è venuta l’avversione allo sciatto, al buttar via facilmente. Mi dà noia anche vederlo fare agli altri. Tutto può tornare utile o può avere un diverso utilizzo. Ci ragiono su e me ne compiaccio, soprattutto al momento del riutilizzo. In questo mi sento ricca.
Claudia
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Riconosco mia madre in questa dedica a nonna Rosa.
Mamma mi ha educata con il motto “impara l’arte e mettila da parte” e questo valeva sia nell’ambito del fare che nell’ambito del sapere. Mi ha insegnato la dignità che c’e’ nel “tirarsi su le maniche” e dello sporco nelle mani per lavoro, per riuscire a risparmiare per necessità future.
E’ riuscita a tenere la nostra famiglia unita e armoniosa anche nel poco. Solo ad una cosa non ha mai saputo rinunciare: al Pandoro B a Natale, solo uno ma doveva essere di quella marca.
Monica
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