M i l l e F i o r i
Arrivò per posta quel pacchetto, una mattina di settembre. Veniva da lontano.
Anonimo all'esterno, ma gentile e infiocchettato all'interno, una volta eliminato l'imballaggio.
"Mille fiori". La scritta dorata e romantica mi saltò agli occhi. Il cuore cominciò a ballarmi nel petto. Svitai il delicato tappino di vetro... e annusai la fragranza che si sparse carezzevole intorno a me. Era limpida e pulita, altrettanto delicata, una fragranza che rimandava ad un delizioso misterioso bouquet floreale. Mi ritrovaì in un attimo su un prato fiorito che non avrei mai dimenticato. Raccoglievo fiorellini lungo il cammino che conduceva alla stalla di Gina. Andavo con la mia sorella maggiore a comprare il latte della sua mucca. Avevo cinque anni.
Che potenza evocativa quel profumo! L'azzurro di luglio delle onde dell'Atlantico vissuto con lui e il celeste di quei fiorellini - i cosiddetti occhi della Madonna - si compenetrarono, furono tutt'uno.
Un biglietto? Sì, c'era un biglietto.
Il fioraio suonò il campanello con molta insistenza.
Due dozzine di rose scarlatte furono recapitate. Anche queste venivano da lontano.
La sera al mio rientro le trovai ad attendermi sulla colonna espositiva del mio ingresso romano.
C'era un biglietto? Certamente! Era quasi una lettera. E che lettera!
E poi... una casetta piccola così... Sulle facciate a cortina, i mattoncini verde chiaro. Una buganvillea si arrampicava lassù lassù nella sua rosea freschezza. Voci di bimbi. Rose tea nelle aiuole di fronte.
Un altro giro di giostra. Nebbia fitta da non credersi, freddo pungente. Quel giorno, misi a fuoco un nuovo giardino. Era grande e rigoglioso. Si sovrappose con facilità alla buganvillea, ormai scomparsa sotto un'improbabile nevicata, del tutto inaspettata in quel Sud caldo e luminoso.
Ancora rose scarlatte. Non solo. Il giallo e l'odore inconfondibile della mimosa fecero da contraltare ai tigli maestosi che si stagliavano verso il cielo.
C'erano biglietti? Sì, c'è n'erano sempre. I biglietti, pieni di vita e di emozioni, furono una costante del tempo che andava.
Suonò ancora e più volte il fioraio.
Nella casa torre della città medievale arrivarono ancora due dozzine di rose scarlatte, ma quel giorno non erano sole.
Appena entrai le vidi troneggiare in bella mostra in salotto. Facevano l'occhiolino ad una camelia spettacolare dai fiori quasi rossi, che si mostrava senza modestia in tutto il suo splendore e che mi catturò per sempre.
C'erano ancora biglietti, parole e parole piene d'emozioni.
Tutti questi fiori della mia vita non ci sono più, ma la camelia... quella sì, quella c'è ancora. Forse perché ce n'è già un'altra in famiglia. Lassù sulla collina tra le ortensie, sotto il monte incombente, si erge sicura, generosa di fiori. Ci sfiora sommessa e delicata, sussurra. Un anno dopo l'altro in essa rivive armonioso lo spirito dolce di mia sorella.
Ed è proprio lì, in quel giardino, che ho messo a dimora la mia, perché le due camelie si facciano compagnia e parlino al mondo di noi, che andiamo di nuovo a braccetto sulla linea del tempo e corriamo ormai lontano verso l'infinito.


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